Nucleare Italiano: per gli scettici

L’allarme di Greenpeace: “Nella capitale riscontrati livelli di radioattività superiori alla zona della centrale nucleare”. Ma le autorità giapponesi minimizzano
“SEOUL — Tokyo residents carrying radiation-monitoring equipment have found mini-hotspots in several areas around the city, prompting Japanese officials to promise more detailed government monitoring of radiation levels in the country’s most populated region.”
(Washington Post, 13 Ott 2011)

La notizia sopra citata è presa direttamente dal Washington Post e, riassumendo brevemente l’articolo, si può notare come siano stati trovati residui radioattivi nelle zone limitrofe di Tokyo, la zona più popolata di tutto il Giappone.
Ciò significa che il “ridotto quantitativo di radiazioni” e di materiali volatili sprigionatosi dalla centrale danneggiata dallo Tsunami ha percorso “soltanto” 280 km raggiungendo la megalopoli giapponese.

Il rischio di contaminazione è comunque scarso a Tokyo stessa ma ciò non esclude che i duecento chilometri frapposti non siano già altamente inquinati.
La popolazione Italiana ha sempre avuto la stessa idea già dal primo referendum del 1987: il nucleare non è sicuro e non è una valida alternativa ai combustibili fossili. In quest’ultimo anno, però, alcuni politici, probabilmente spinti dalla lobby del nucleare, hanno pensato che un Referendum non fosse sufficiente a eliminare la possibilità di lucrare sulle spalle della popolazione ed hanno proposto la reintroduzione della Fissione Nucleare nel territorio.
Le argomentazioni portate a favore della reintroduzione sono riassumibili tutte in un solo concetto: la tecnologia si è evoluta e quindi il sistema è più sicuro.
Grandi nomi si sono succeduti nella promozione, come Veronesi, proprietario di una clinica per la lotta contro i tumori. Durante la trasmissione Hotel Patria ha sostenuto l’energia nucleare dicendo che senza di quella, la Ricerca del nostro Paese si sarebbe fermata. Salvo poi ritrattare a Referendum avvenuto. Il presidente dell’Associazione Italiana Nucleare Enzo Russo continua, imperterrito a sostenere la produzione di energia nucleare dall’atomo (come non potrebbe d’altronde?), e afferma che a causa dell’abbandono da parte della Germania del nucleare, ci avrà un’aumento del costo dell’energia a livello europeo ed un maggiore utilizzo dei combustibili fossili(intervista http://www.agienergia.it/Intervista.aspx?idd=187&id=69&ante=0), ignorando o escludendo a priori la possibilità di utilizzo delle fonti rinnovabili, in forte espansione in tutto il mondo.

Ancora oggi, trovo persone che sostengono il nucleare italiano affermando che in qualsiasi modo se dovesse capitare un incidente in Francia, Svizzera o Austria, avremmo comunque tutti i problemi legati alla contaminazione pur non avendo i benefici del nucleare stesso.

Non si può negare che nel caso di un incidente nucleare in Francia, l’Italia sarebbe in pericolo ma i veri problemi, i francesi, ancora non li hanno avuti.

A Caorso nella centrale “Arturo”, ferma dal 1987, sono ancora presenti tutte le scorie e l’ecosistema del fiume Po è cambiato irrimediabilmente a causa della variazione di temperatura in uscita dalla centrale “spenta”. Non si sa ancora quanto possa costarci smantellare Arturo ed i francesi, così come gli svizzeri e tedeschi dovranno trovare i fondi per eliminare nei decenni tutte le strutture.

Il costo di costruzione di una centrale nucleare “di terza o quarta generazione” sono esorbitanti, si parla di decine se non centinaia di milioni di €uro, senza contare le tonnellate di cemento e quindi di CO2 devono essere immesse nell’atmosfera, a discapito della “vocazione ecologica” che i nostri politici andavano sventolando durante la campagna di convincimento.
I costi di una centrale non si fermano però alla costruzione perché durante il ciclo vita necessita di costante manutenzione e di carburante costosissimo che deve essere “arricchito” per poter funzionare. Per questo motivo l’uranio necessita di trattamenti specifici e quindi di strutture adeguate.
L’Italia, se avesse intrapreso la via del nucleare, avrebbe dovuto acquistare la materia prima, l’uranio, all’estero, farlo arricchire, all’estero e poi, una volta utilizzato, rispedirlo all’estero per farlo decontaminare e poi stoccarlo sul territorio nazionale.
Sono profondamente scettico su questo argomento perché se gli Stati Uniti d’America, grande potenza nucleare e tecnologicamente autosufficiente riscontrano problemi per stoccaggio delle scorie nel deserto, mi domando come l’Italia potrebbe risolvere, mancando zone disabitate e sismicamente stabili.
La parte peggiore dal punto di vista dei costi è, contrariamente a quanto si possa pensare, la dismissione della centrale stessa: in questo caso l’uso di risorse è comparabile a quello nella fase di costruzione ed all’estero solitamente è a carico del gestore della centrale. Viene difficile pensare che un privato si accolli milioni di €uro di spese per qualcosa che non rende più un centesimo. In Italia invece lo smaltimento delle scorie fino ad ora è stato pagato dai cittadini con una percentuale sulla bolletta dell’elettricità, per vedere stoccati i rifiuti tossici in siti temporanei per più di 30 anni.
Sogin afferma che la dismissione delle centrali nucleari italiane costerà 400 milioni di €uro nei prossimi 5 anni e si concluderà nel 2025 con un costo totale di 4,8 miliardi di €uro. Si crede ancora che si possa trovare un sito di stoccaggio sicuro in un’area del paese, probabilmente in pianura padana, essendo una delle poche zone non sismiche del territorio italiano.

Dopo tutto ciò, credo che ostentare una posizione favorevole ad una tecnologia rischiosa per la salute umana e relativamente conveniente sia una follia degna dei classici politicanti italiani.

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